Contraddizioni e opportunità dalle fonti
rinnovabili
di Arturo Lorenzoni, Università degli Studi di Padova
Le fonti rinnovabili sono una realtà molto anomala: sempre invocate ad auspicate
nei
documenti di politica energetica perché volute dalla gente, con grandi spazi
dedicati nella
comunicazione delle imprese, hanno invece trovato con difficoltà uno spazio
rilevante nei
piani di investimento delle grandi aziende energetiche. Come mai questa
dicotomia?
Nel cercare di dare una risposta a questa domanda si possono scoprire le ragioni
dell’importanza di questo volume, che vuole aiutare i cittadini ed i decisori
pubblici italiani a scoprire il valore degli investimenti in questo nuovo
settore industriale sul piano economico, ambientale e della sostenibilità.
Nessun esperto di comunicazione consentirebbe mai, oggi, ad un’impresa
energetica sua
cliente di non ritagliare uno spazio rilevante per far conoscere quanto essa
intenda svolgere, e
magari anche svolga, nel campo delle fonti rinnovabili. Altrettanta attenzione
per queste fonti
certamente non viene riservata da coloro che consigliano l’azienda in merito ai
nuovi
investimenti.
Emerge qui un primo aspetto critico per lo sviluppo delle nuove tecnologie
rinnovabili:
comportano investimenti che non rientrano tra le attività caratteristiche degli
operatori
tradizionali del settore energetico, con taglie di impianto piccole, distribuiti
sul territorio,
fortemente integrati nel tessuto socio-economico locale.
Per essere remunerativi, questi impianti richiedono competenze assolutamente
diverse da
quelle che sono state sviluppate dalle imprese energetiche in passato.
Per questa ragione esse traggono maggior beneficio dalle fonti rinnovabili in
termini di
immagine. È il caso di Electricité de France che, grazie al parco idroelettrico
sviluppato ormai oltre mezzo secolo fa, tiene a farsi conoscere come il più
grande produttore di energia rinnovabile del mondo piuttosto che per i flussi di
cassa generati.
Un secondo fattore che ostacola la crescita delle fonti rinnovabili è la
difficoltà di valutare
correttamente le esternalità connesse con la produzione di energia, che fanno
apparire
costose queste opzioni tecnologiche quando ci si limiti ad una prospettiva di
costi privati e
non di costi sociali. Una corretta valutazione dei costi ambientali, infatti,
ridimensiona
decisamente il divario di costo con le fonti fossili, fino ad annullarlo in
molti casi, soprattutto con gli attuali costi dei combustibili.
Un ulteriore aspetto critico è legato agli alti costi di investimento richiesti,
che comportano buone redditività solo quando si accettino tempi di ritorno del
capitale investito piuttosto lunghi (in generale al di sopra dei 15 anni),
difficilmente compatibili con il mercato liberalizzato di oggi. A fatica il
mercato riesce a valutare correttamente le tecnologie a più alto costo di
investimento (le fonti rinnovabili, come anche il nucleare!), preferendo
concentrare gli investimenti su soluzioni tecnologiche con minori costi di
investimento (e quindi minorrischio sul capitale investito), anche se queste
rivelassero un costo complessivo superiore.
Infine si tenga in considerazione che la maggior parte delle fonti rinnovabili è
utilizzabile con tecnologie relativamente nuove, con tutti i problemi che
comporta la diffusione su larga scala di tecnologie giovani (dall’integrazione
su larga scala della generazione distribuita, all’utilizzo del solare termico
nell’edilizia, alla scelta dei materiali per il fotovoltaico, solo per fare
alcuni esempi).
Dagli elementi
sinteticamente richiamati si comprende come sia auspicabile l’intervento
pubblico per indirizzare le politiche energetiche su scala locale, nazionale ed
internazionale verso le scelte ottime sul piano sociale, al fine di rendere
concrete nuove opportunità, prima
ancora che fare i conti con la necessità di dare una prospettiva sostenibile al
sistema
energetico.
Questo intervento ha certamente un costo, ma non sembra proibitivo: i circa 1500
M€ l’anno
che i consumatori elettrici italiani hanno pagato complessivamente per le
incentivazioni CIP6
sono una cifra importante, ma, per fare un paragone, sono meno della metà
dell’utile netto
conseguito da ENEL nel 2004.
I 5 €/MWh di incidenza sui costi dell’energia elettrica che comportano
complessivamente il
CIP 6 ed il mercato dei Certificati Verdi sono tanti, ma non sono quelli che
rendono i prezzi
dell’energia elettrica in Italia tra i più alti d’Europa.
Un incremento dell’uso delle fonti rinnovabili non può non rientrare in una
politica
intelligente di diversificazione delle fonti, insieme a molte altre azioni sul
lato dell’offerta e
della domanda, che sono necessarie al nostro Paese per affrontare coerentemente
l’incerto
mercato dell’energia dei prossimi decenni.
È bene non nascondersi che l’attuale trend di crescita della produzione di
energia elettrica da
fonti rinnovabili non consentirà di raggiungere gli obiettivi che il nostro
Paese ha preso in
sede internazionale per il 2010. Forse è tardi per raggiungere il 22% della
domanda elettrica
richiesto dalla direttiva 2001/77/CE, ma una politica mirata può ancora portare
a risultati
significativi, quali quelli raggiunti in Paesi come la Germania o la Spagna.
Il volume rappresenta un’occasione importante per fare il punto sulle
prospettive di sviluppo
di questo nuovo settore industriale che, a quattro anni dalla direttiva europea
2001/77/CE, in
alcuni Paesi è ormai una realtà vivace e consolidata con un indotto
significativo in termini
economici e di occupazione e prospettive di crescita sul mercato internazionale
di grande
rilievo, mentre in Italia ancora fatica ad assumere dimensioni tali da farne un
tassello
importante del tessuto economico.
È urgente a questo proposito il completamento delle regole: dopo il decreto
legislativo 29
dicembre 2003, n. 397, per troppo tempo si è atteso che fossero messe in atto le
misure solo
annunciate (dall’estensione della durata dei Certificati Verdi per la biomassa,
al conto energia
per il fotovoltaico, solo per fare degli esempi), accumulando un ritardo nei
confronti di altri
Paesi europei che pagheremo in termini di capacità industriale.
Lo spostamento delle competenze normative dallo Stato alle Regioni sancito dal
decreto
legislativo 112/99, contestuale alla liberalizzazione del settore stabilita dal
decreto 79/99, ha
contribuito a rendere difficile la definizione delle nuove regole.
A maggior ragione è indispensabile una regia per guidare il processo di
diversificazione
industriale: gli autori hanno raccolto una richiesta forte da parte degli
operatori del settore per
la definizione di un quadro di regolamentazione stabile e completo, che possa
essere credibile
di fronte al mondo finanziario ed attrarre competenze professionali qualificate.
L’auspicio, dunque, è che lo sforzo compiuto nell’aggregare i dati e le
riflessioni contenute in
questo volume non sia fine a se stesso, ma possa concretamente contribuire a
rilanciare un
confronto serio e sereno tra tutti gli operatori e le amministrazioni
interessate su cosa si
intenda per sostenibilità e competitività nel settore energetico.